Romans, di Lucio Dal Buono

Doveva essere il 1957, quando la Rugby Milano andò a Romans.   Romans, o meglio: Romans-sur-Isere, cittadina della Drome settentrionale di 33.700 abitanti, posta sulla riva destra dell'Isere.  Nota per le calzature femminili di lusso, produzione che conobbe l'epoca d'oro negli anni venti del 1900, allorchè Charles Jordan vi aprì una manifattura. Così almeno dicono le guide del Dipartimento Rhone-Alpes, che -detto con  le nostre parole – è la Francia che sta al di là di  Torino.   Ma questo io l'ho scoperto cinquanta anni dopo. Per me Romans è sempre rimasta semplicemente la cittadina in cui mi ero rotto il naso ed ero diventato un po' più uomo.  

Avevo 15 anni quando, sulla spinta dei ricordi di mio padre, avevo cominciato a giocare a rugby nella Rugby Milano. Mi ricordo ancora vivamente quel giorno di settembre del 1955.   Facevo i soliti giri di campo intorno al Giuriati che venivano imposti ai pivelli. Nel campo un gruppo di Giganti – così mi sembravano – in maglie biancorosse a strisce trasversali – correva in  gruppo compatto con davanti una palla oblunga che saltellava in maniera strana e dietro  uno che emetteva strane urla.  Si esercitavano, ma l'ho capito molto più tardi, nel cosiddetto dribbling.

Ho sentito  che quello era un momento fondamentale della mia vita. Un momento che mi sarei ricordato finché campavo: stavo diventando un giocatore di rugby.  E così è stato: quel soleggiato giorno di settembre è rimasto indelebilmente impresso nella mia memoria e me lo ricorderò anche nel momento della morte.    Un altro momento importante l'ho vissuto in quella ignota cittadina francese.   Doveva essere autunno: il tempo era uggioso, freddino e bigio, anche se non pioveva.  
La trasferta era durata due giorni. Partenza al sabato in treno. Trasbordo su pullman a Romans e pernottamento -probabilmente per ragioni di costo - nella locanda di un piccolissimo villaggetto ad una trentina di chilometri da Romans. 
Ero allora  un pivello di 17 anni appena compiuti, che,  per giunta, pesava a mala pena 73 kili.  Avevo giocato per due anni nella coppa Cicogna (la giovanile del rugby di allora) come tre quarti ala. Con buoni risultati, devo dire. Però avevo capito di avere  dei limiti. Limiti fisici e limiti caratteriali.  Il limite fisico principale era la vista: con tre diottrie non ero in grado di seguire l'andamento dell'azione dei tre quarti, i cenni, gli ammicchi, le finte dei  miei compagni lanciati nell'azione. Inoltre avevo capito che avevo sì un ottima velocità una volta lanciato. Ma ero lento, molto lento nel lanciarmi: non avevo scatto.   La decisione l'avevo presa proprio nel corso della mia prima partita di prima squadra. Era la Befana del 1957. Era venuta in trasferta a Milano la squadra di un college inglese.  Non so perchè avevano messo un elemento della coppa Cicogna, come me,   in prima squadra. Forse i titolari dovevano smaltire ancora il panettone di Natale.   O forse volevano provare qualche giovane.  Allora io ero ancora rugbisticamente  vergine: nessun tre quarti ala avversario era riuscito a fregarmi ed a segnare una meta.  Quel giorno il mio diretto avversario, un piccolo inglese di 10 cm più basso di me, mi aveva fatto capire l'importanza dello scatto. L'apertura inglese aveva fatto un  lungo calcio che mi aveva superato. Nel tempo in cui io mi ero girato ed avevo ripreso la corsa al contrario, il piccoletto mi aveva superato velocissimo, aveva raccolto la palla ed era entrato indisturbato in meta. Non era colpa mia, ma l'umiliazione era stata grande.  Ho ancora – dopo 50 anni – presente le sue scarpe che si allontanavano pedalando veloci, nonostante i miei sforzi.   
Avevo allora chiesto ed ottenuto di passare in mischia: terza linea, come aveva giocato mio padre. In mischia la mia miopia era meno importante e, inoltre, potevo meglio soddisfare la mia voglia di correre e di rissare.  Non dovevo aspettare, gelato, mezzora prima di toccare una palla.  

La mischia però non era un ambiente di nobili destrieri come quello dei tre quarti.  Era un posto sporco di un gioco duro e poco appariscente  in cui contava il coraggio individuale, la voglia di menare le mani, la resistenza al dolore, alla fatica e sopratutto alla paura dell'avversario.   A volte la partita si traduceva in un duello con il diretto avversario, in cui ognuno dei due tentava di terrorizzare e, quindi, di neutralizzare  l'altro.  Non sapevo se ce l'avrei fatta. 
Non mi ricordo molto di quella partita. Un campo verde e degli avversari con l'aspetto patibolare. Erano gli anni in cui la Francia privilegiava i giocatori armadi. Erano individui non molto alti ma in compenso larghi quasi come erano alti.  Il gioco era un gioco, come è diventato ancora in questi ultimi anni,  di forza: una lotta continua per 80 minuti in cui contava il coraggio e la determinazione. E per noi fu  una fortuna: non saremmo sicuramente stati tecnicamente in grado di reggere una partita basata  su uno  spumeggiante gioco di trequarti, in cui i francesi erano maestri,  e su una tecnica che noi, poveri dilettanti italiani, non potevamo avere.   Mi ricordo che era venuto a trovarci ed era stato poi cooptato come guardialinee, Lanfranchi, il grande pilone del  Parma e plurinazionale,  che era stato ingaggiato in quegli anni dal Grenoble. Lui era un doppio armadio. Alto un po' di più di me, uno e ottantacinque, era però largo almeno il doppio.  Teneva la palla con una mano che sembrava la pala di una escavatrice. L'Equipe – la Gazzetta dello sport francese – aveva appena pubblicato in prima pagina un articolo su di lui su quattro colonne con foto, intitolato “Le gladiateur”.    Comunque noi eravamo al meglio delle nostre possibilità. A settembre era tornato allenatore il Bertolini, il vecchio allenatore del GUF Milano, la squadra di mio padre. Era soprannominato il monco maledetto. Gli mancava una mano e nessuno di noi sapeva come l'aveva persa, anche se si vociferava di risse da bassifondi.  Aveva giocato a rugby ai tempi in cui l'unica tecnica vietata era l'uso della pistola.  La sua concezione del rugby si traduceva nel fatto che si doveva correre, correre, correre, e poi correre ancora.  E nel frattempo picchiare per bene.   E gli allenamenti erano di conseguenza.   
Quel giorno, su quel campo, il metodo Bertolini funzionò molto bene.  Una squadra della serie A italiana, tecnicamente arretrata, ma di cuore impavido e ben allenata, resistette per 80 minuti agli assalti di una banda di energumeni decisi a schiantarla, li controbattè bravamente e, caso forse unico nella storia del rugby italiano di allora, uscì vittoriosa dal campo: 6-0.    Fu un evento straordinario: il Romans era una squadra del campionato di serie B francese.   Quindi quasi proibitiva per una nostra squadra, seppure di serie A.  Ed i francesi ci tenevano a mettere tra i loro trofei una vittoria sulla squadra di una metropoli come  Milano. E poi battere una squadra francese di provincia in casa, con uno stadio pieno e ribollente di passione, era molto, molto difficile.

Non mi ricordo granchè della partita. Un fifa boia all'inizio, con la visione di quei feroci bestioni che venivano avanti ad ondate, in un assalto spietato. Ma poi, poco a poco la rabbia che saliva, la voglia di battaglia. Fino a che io,  smilzo diciassettene,  mi sorpresi a reagire,  a lottare, sempre più incazzato, furioso e deciso. Incurante di tutto e di tutti.  Non dovevano passare!
Finalmente ci fu l'episodio  determinante: un armadio superava la barriera dei miei compagni e galoppava enorme verso di me.   Ho agito come dovevo: gli sono andato contro lateralmente  e poi l'ho abbrancato in velocità alle gambe, dandomi una forte spinta perchè cadesse di schianto. Ho avuto, purtroppo,  anche un  attimo di esitazione che mi è stato fatale: non ho abbassato la testa e sono andato a sbattere con il naso contro l'anca del colosso. Ho sentito un malaugurato crac: mi ero rotto il setto nasale.  Ma ormai ero andato: il resto della partita fu una serie di placcate, di ringhi, di lotte. E, alla fine,  la vittoria.       

Ricordo ancora la spinta sollecita dei compagni più anziani verso lo spogliatoio: i tifosi del Romans  erano increduli per la sconfitta e piuttosto propensi a darci una mano di botte, tanto per consolarsi un po'. Ricordo Virga, il nostro pilone,  abbrancato attraverso la rete dai tifosi che cercavano di menarlo. E l'intervento provvidenziale di Lanfranchi,  che usando il bastone da guardialinee a mò di clava, pestava selvaggiamente gli spettatori e liberava il povero Virga dalla pericolosa situazione.
Negli spogliatoi scoppiai a piangere, mentre Bertolini sghignazzava e mi prendeva in giro. Ero diventato (quasi) un uomo. Avevo vinto la paura.  
Dopo ci fu la cena nel locale dei fratelli Sorò: due fratelli sardi che erano andati in Francia ed erano diventati famosi piloni.  Facevano anche loro parte della categoria armadio.  Ma ancora più bella fu l'accoglienza nel remoto villaggetto del pernottamento: la locale squadra di rugby veniva regolarmente pestata a sangue e ridicolizzata dalla  più titolata squadra del  Romans con punteggi da pallacanestro. Il fatto che noi fossimo riusciti ad avere ragione dei loro aguzzini, ci fece immediatamente diventare degli eroi. 
Non mi ricordo bene chi fossero i miei compagni di quella gloriosa giornata.  C'era sicuramente   Panti alla mischia e Ghielmetti, probabilmente sua  riserva.  Mi ricordo Panti che parlava con Lanfranchi.  Poi c'era  Luciani che era quello che mi spingeva rapidamente fuori dal campo verso gli spogliatoi.  
Novembre 1957
Rugby Milano – Rugby Romans:  6-0
Marcatori: Barbini calcio piazzato al primo tempo
                  Masnaghetti. Meta non piazzata secondo tempo
Probabile formazione: Barbini(cap), Masnaghetti, Ripandelli, Buizza, Lucchetti, Povia, Panti, Zanchi, Russo, Dal Buono, Pancaro, Saccani, Virga, Vellani, Luciani,

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